Gocce di pensiero, in questa uggiosa Pasqua duemilatre

“”Tempo uggioso e quasi novembrino, colla pioggia a rade gocce saltellanti qua e là e rincorse dal pigro tergicristallo della vettura. Una Pasqua con poco o nulla di primaverile, l’immancabile pranzo a più portate e le varietà dolciarie tra uova e colomba full chocolate filled, la giratina fuori porta nonostante il clima più adatto a star sotto le coperte o, al massimo, a un cinema.”Inizia così il mio augurio pasquale. Però prosegue andando oltre alla descrizione, collegando ricordi, e-mail, e arrivando a una riflessione forse ingenua, o forse, chissà, l’unica risposta che possiamo dare a…


Tempo uggioso e quasi novembrino, colla pioggia a rade gocce saltellanti qua e là e rincorse dal pigro tergicristallo della vettura. Una Pasqua con poco o nulla di primaverile, l’immancabile pranzo a più portate e le varietà dolciarie tra uova e colomba full chocolate filled, la giratina fuori porta nonostante il clima più adatto a star sotto le coperte o, al massimo, a un cinema.Il flusso delle mail in questi ultimi giorni è andato scemando, fino ad arrivare al minimo storico di oggi. Distrattamente potevo pensare al guasto del server però siamo a Pasqua e di pazzi in giro per la Rete a digitar messaggi credo ce ne siano pochi… perché evasione ci vuole, ogni tanto, no?

*****

… Leggevo, tra le mail passatemi davanti, il racconto di un amico; in cui risaltava una bella immagine, da lui descritta, di un vecchio inginocchiato in chiesa; e coll’osservazione che, di solito, son le vecchiette, invece, ad essere use all’abitudine meditativa davanti al Crocifisso.
Ma chissà, m’immagino che chiunque prima o poi, e soprattutto se avanti negli anni e col pensiero della propria dipartita in tempi non più remoti, si riproponga, dentro di sé, quel mistero che la Pasqua stessa tutti gli anni ci rinfresca nella memoria; e cioé, della vicenda di quel tal Cristo storicamente vissuto in Palestina ai tempi dei Romani, e che per qualcuno non solo morì, ma anche ritornò in vita, e come simbolo di una vita che pure noi vivremmo, una volta passato quell’arco di volta che da qua, sembra chiudere il giardino della nostra esistenza.
Storia quindi misteriosa e anche se studiata e ristudiata in duemila anni di umano cammino, ancora con l’incognita suprema della sua credibilità – un fatto di fiducia, innanzi tutto.

*****

Ma di un altro uomo adesso mi sovvengo; incontrato un lontano giorno d’estate, anch’egli visto inginocchiato davanti a un crocifisso, e certamente più sicuro, lui, su questa risposta.
Eravamo – io e l’allora mia fidanzata – a pellegrinare in quel di Spello, cittadina umbra ancora in vesti medievali; e colui che andavamo a cercare era personaggio per alcuni versi famoso (e forse avevo già accennato a lui in altri miei scritti): erano anni che desideravo quell’incontro, innamorandomi, da ragazzo, di quel che scriveva, e di come sapesse penetrare nell’anima concetti tanto profondi di spiritualità seppure definiti in modo semplice perché basati sulla sua personale esperienza, di uomo di fede. Ché, di uomo di fede si trattava, e di alte cariche un tempo svolte come presidente dell’Azione Cattolica, e poi ritirandosi nel silenzio, alla ricerca di un rapporto più intimo con l’Assoluto, eremita volontario in un ordine monastico particolare che del deserto algerino aveva fatto la sua dimora. E infine creando poi, a Spello appunto, una sorta di suo eremo personale, in uno sposalizio a tu per tu con Dio ma aperto nello stesso tempo ai tanti giovani che volessero conoscere, e, se non capire, almeno vivere, momenti di intimità spirituale lontano dai frastuoni del quotidiano.

Ed era proprio lui, Carlo Carretto, che in quel giorno soleggiato andavamo cercando; prima nel paese (ingenuamente credevo che vi fossero pure dei cartelli indicatori, figuriamoci!) e poi, avute indicazioni da qualcuno del posto, inoltrandoci per i sentieri della campagna, in un cammino che si faceva anche faticoso per via del sole già alto nel cielo.
Infine, eccolo, il luogo: una sorta di cascinale immerso nei campi; nessuna porta a fermare l’arrivo del viandante; e la sua figura all’improvviso, uomo un po’ avanti negli anni, curvo e immobile in una stanza adibita a cappella con davanti il Crocifisso; e rannicchiato a ginocchioni, aiutato nella sua postura – lo ricordo bene – da un piccolo sgabellino.
Ci inginocchiammo anche noi; la scena dava un senso di rispetto e quasi arrestandosi il tempo, pareva vivere in un’altra dimensione. Un piccolo angolo di Paradiso dove le parole non avevano più significato, e il comunicare fosse invece affidato a improvvise intuizioni, quasi vibrazioni dell’essere che si scopriva sintonizzato, e senza sforzo, in un legame di pace, una sorta di diapason mentale che aveva nel cuore il destinatario, e un mondo immenso e non più nascosto la sua sorgente.

Forse passammo un’ora così; o forse di meno o forse di più. A un certo punto Carlo parve accorgersi della nostra presenza, e lentamente uscendo dalla dimensione meditativa, arrivammo a guardarci e scambiarci qualche parola.
Ci invitò allora nella cucina del cascinale, dove cominciammo a raccontarci con naturalezza come fossimo già vecchi amici. Non cose profonde – a quello bastavano gli sguardi – ma anche le piccole preoccupazioni di ogni giorno. Spiegammo che eravamo in cerca di una casa, e che era difficile trovarla – e a questo punto ci rassicurò, di lì a poco ci saremmo riusciti (cosa che infatti avvenne), e alla fine ci accommiatammo, con dentro di noi la gioia di un’esperienza che non avremmo immaginato di provare in questa misura.

*****

… Pensieri di altro genere invece, nella passata sera di Venerdi Santo: sotto un cielo stellato ma senza luna, e silenziosamente camminando, seguendo il passo dei tanti pellegrini qui ritrovati per la Via Crucis cittadina.
Le immagini della guerra non possono restare in secondo piano; e m’accorgo di stare meditando proprio su uno dei temi a me più cari, della contraddizione nel nostro mondo, tra sofferenza dell’uomo e ricerca della nostra felicità attraverso la giustizia e la convivenza tra i popoli.
… Ché se nel mondo mai come oggi è spinto agli estremi orrori il dolore di tanti, quale dovrà allora essere il contrappeso, quali azioni di buona volontà potranno mai pagare la distruzione delle città, l’offesa alla dignità dei civili, l’urlo dei feriti, colpiti e lasciati morire così, perché proprio nei luoghi teatro della guerra di adesso, neanche medicinali e materiale infermieristico è possibile far pervenire?
E allora tento una provocazione, sembra un pensiero ingenuo ma chissà… e se tutto questo urlo del mondo, questo orrore che finalmente proprio i media e la Rete in un modo o nell’altro hanno potuto svelare, non diventi percaso, nell’oscura filosofia di vita del pianeta, proprio il seme che faticosamente germoglia, di un nuovo ordine di idee, di convivenza reciproca, di rapporti paritari tra tutti noi abitanti della Terra? Perché il dolore è grande, e investe il Pianeta, e pervade oramai dovunque vi sia un uomo. Ma la reazione si comincia a vedere, il rigetto dell’ingiustizia e la voglia di pace si notano, non solo bandiere ma anche idee che si sviluppano, e schemi di egemonia politica e sociale acquisiti da anni vengono messi in discussione. E le stesse ideologie vengono scoperte quali sono, facili meccanismi per schematizzare l’uomo, per suddividere il mondo tra buoni e cattivi; e ci si accorge finalmente che questo non basta, che c’è dell’altro, che valori come rispetto delle culture e condivisione delle vicende del mondo diventano basilari per la nostra stessa sopravvivenza.

Forse, per altre strade, ecco arrivare al messaggio stesso del Vangelo di Cristo. Forse questo messaggio è scritto dentro ciascuno di noi.
Forse non tutto è perduto nel cuore dell’uomo.

Questa voce è stata pubblicata in Echi di antichi post..., Prosa e Poesia e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

I commenti sono chiusi.