Ricordando il Kurdistan: Newroz, modernizzazione e altri pensieri…

Non potevo non riportare anche su “casamia” questo ultimo articolo pubblicato ieri sera nel sito di Peacelink! E’ un breve resoconto su come si è vissuto il “Newroz” ovvero il Capodanno curdo durante il nostro soggiorno in Iraq, e oltre a questo il mio pensiero è andato su alcune questioni ancora aperte: la modernizzazione della regione, il commercio, le infrastrutture da restaurare.
Invito comunque a guardare anche alla pagina online su Peacelink, arricchita di alcune belle fotografie.
Inizio con un’apparente contraddizione, il ricordo del Newroz non in Turchia ma nel Kurdistan iracheno, unica regione dove il popolo curdo sembra avere trovato finalmente una fragile pace, accompagnata da un esperimento di democrazia non riscontrabile in altre regioni dell’area mediorientale. Un Newroz, il Capodanno curdo, che a differenza da quanto leggo dalle notizie allarmanti in Turchia, è stato qui vissuto in maniera direi quasi “borghese”, almeno agli occhi di noi occidentali portati a paragonare i festeggiamenti con le nostre gite fuori porta del tempo pasquale. Vissuto sicuramente in maniera meno drammatica rispetto ai loro vicini di confine, e che ad esempio nelle campagne circostanti Erbil abbiamo visto manifestarsi (sempre ai nostri occhi abituati ai cliché occidentali) in una sorta di immenso picnic collettivo, i tappeti sull’erba, gli abiti tradizionali – quelli delle donne a colori vivaci, gli uomini con i particolari pantaloni a larghe falde – le danze a gruppi, il fuoco acceso, qualche bambino intento a far volare nel cielo gli aquiloni.

Vi eravamo lì noi, delegazione di Sindaci italiani e loro rappresentanti, invitati per partecipare alle celebrazioni dell’anniversario del bombardamento di Halabja, quella cittadina ai confini con l’Iran dove nel 1988 Saddam utilizzò armi chimiche: gas nervini e cianidrici che causarono 5000 morti e un numero imprecisato di “hibakusha curdi” sopravvissuti al massacro ma con conseguenze cliniche ancora oggi evidenti. Noi che dopo gli impegni istituzionali (gli incontri con i Sindaci, il Parlamento e i ministri, ma anche le visite alle scuole e agli ospedali e i racconti degli abitanti dei villaggi) e, in un certo senso grazie alla chiusura degli spazi aerei in tutto l’Iraq proprio nel giorno del Newroz e della nostra prevista partenza, ci siamo visti catapultare in attività più vicine allo spirito della gente. Tra cui appunto i festeggiamenti del Capodanno.

Non mi soffermo su quanto è stato fatto e sui perché della missione (nel sito Web dell’associazione IPB-Italia che ne è stata l’organizzatrice, www.ipb-italia.org, si possono trovare resoconti e comunicati stampa) ma mi sento piuttosto di esprimere qualche pensiero a ruota libera.

Dopo la raggiunta autonomia della regione, e dopo che i due partiti al potere nelle differenti provincie di Erbil e di Suleymanya (il PDK – Partito democratico del Kurdistan, e il PUK – Unione Patriottica del Kurdistan) hanno smesso di guerreggiarsi qualche anno fa per far fronte comune contro Saddam, sicuramente il popolo qui “vive in pace”. Una pace che ha permesso di far crescere istituzioni rappresentative quali il Parlamento e diversi ministeri, e che ha cominciato ad attirare investimenti stranieri. Nelle campagne i villaggi sono ancora a costruzioni basse, in pietra viva e con tetti di paglia o di lamiera ma le stesse grandi città si rivelano a scacchiera come cantieri aperti: un’architettura che si svela a tratti col palazzo moderno o la fontana graziosa dai mille zampilli d’acqua, però mantenendo intorno aree ancora in pieno disuso o in ricostruzione, e a sorpresa facendo scoprire qua e là, magari in cubicoli simili ai nostri “box” per le vetture, negozi forniti di materiali tecnologici anche assai recenti, elettrodomestici, TV satellitari, persino i computer PC ultimo grido che dopo aver contrattato a lungo caratteristiche e prezzo, ti vengono assemblati davanti ai tuoi occhi.
Per le strade è diffuso qua e là il piccolo commercio, bancarelle di vendita di frutta e verdure come pure di bibite dai nomi ben conosciuti, mentre immancabili sono, chiamiamoli così, i distributori di benzina fai-da-te, pile di taniche piene di carburante in vendita a nero, in un Paese dove la benzina è razionata a 20 litri a persona ogni settimana (e la fila di auto, soprattutto taxi, in attesa ai distributori regolari si misura per un chilometro e forse più).

Come valutare questa modernizzazione? Dopo 70 anni di lotte e dopo l’aiuto degli Stati Uniti – prima nel definire l’area protetta dalle incursioni di Saddam, e poi nell’avere ingaggiato la guerra che lo ha portato alla sbarra – il curdo dell’Iraq finisce per dare del “liberatore” statunitense un giudizio positivo. Facile è il paragone con l’Italia dell’immediato dopoguerra ma in qualcosa sicuramente è diverso, per via della globalizzazione economica dei tempi d’oggi che può vedere la regione come un mercato appetibile (se non lo è ancora del tutto è dovuto alla fragilità della situazione, in bilico tra una pace appena raggiunta e i rischi dell’influenza del mondo islamico che preme su tutti i confini). E pertanto in cuor mio temo nel futuro situazioni simili a quanto spesso è accaduto in molti Paesi in via di sviluppo, desiderando piuttosto che si arrivi a manifestare, nella classe politica ed economica della regione, una autonoma “via curda” a questa graduale e desiderata occidentalizzazione del Paese.
Uno sforzo di sicuro va fatto, a prescindere dagli aiuti occidentali o magari cercando di far sì che essi comprendano anche opere di necessità sociale, affinché buona percentuale delle risorse vada a iniziative di ricostruzione e di restauro di città e strade, di razionalizzazione dei piani regolatori, di verifica e bonifica delle acque e dei terreni (le aree bombardate da Saddam – e non ci fu soltanto Halabja – contengono ancora veleni e rimangono un rischio per la popolazione). La manifestazione di dissenso davanti al mausoleo di Halabja, che il 16 marzo degenerò nei disordini e nell’incendio dello stesso, era partita dal motivo molto semplice che i governanti curdi poco facevano per la ristrutturazione delle vie cittadine, dei servizi, delle fognature. A parziale giustificazione posso pensare alla parte di risorse economiche che il Paese deve tuttora impegnare nella sicurezza, e ne è testimonianza la presenza di uomini armati per ogni dove: soldati dell’esercito curdo, ma in fondo qui ogni maschio adulto è ancora per tradizione un guerriero.

Gli amici curdi italiani nostri accompagnatori mi confermano l’attenzione dei propri connazionali nei confronti del mondo occidentale: di razza indoeuropea, essi intanto sono assai più prossimi a noi come mentalità rispetto ai vicini arabi; la religione islamica da essi professata (imposta anticamente ma mai sentita del tutto propria) è vissuta tuttora in modo assai laico; essi più che ad uno Stato curdo che comprenda anche i connazionali residenti in Turchia e negli altri Stati, ideale a cui comunque mirano ad arrivare, sperano nell’immediato nel consolidamento dell’autonomia della regione in seno allo stesso Iraq (e la presenza curda nel nuovo Parlamento nazionale è consistente e rappresentativa, mentre è curdo lo stesso Presidente iracheno).
Alla domanda riguardante le difficoltà di integrazione che potrebbero avere i curdi residenti nei vari Stati confinanti, nella creazione futura di un Kurdistan unito e indipendente, ho ricevuto sempre risposte rassicuranti, vista l’omogeneità nella lingua e nelle tradizioni che il popolo curdo sembra mantenere; personalmente ho un dubbio tuttavia che riguarda non tanto lingua e tradizioni quanto le differenze nel grado di sviluppo o nelle diverse aspettative che i curdi di qua e di là del confine potrebbero avere. Questa è una sfida che prima o poi dovranno affrontare anche se rimane probabilmente ancora lontana nel tempo.

Un’impressione positiva del popolo curdo – e non credo siano stati comportamenti artificiosi dovuti alla particolarità “istituzionale” della missione – è l’apertura umana, l’affabilità, l’attenzione e il rispetto, riscontrati da noi in questi giorni di viaggio. Al punto che, nel giorno del Newroz, è stato facile organizzare una partita di calcio tra noi e loro, e ritrovarci insieme nell’allegria generale, immersi nel verde delle colline dell’altopiano…

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