La fine di un mondo?

… o la fine del mondo? Un dilemma che può trovare soluzione.

In questi giorni convulsi sono spesso in contatto via Whatsapp con mia sorella. Risiede da qualche anno in un “ecovillaggio” nella provincia di Piacenza, tra attività condivise tra tutti e con una scelta di vita in un ambiente a contatto con la natura.

La comunità oggi non ha subito grandi cambiamenti: anzi il maggiore tempo libero aiuta a gestire al meglio e con serenità la loro quotidianità pur adeguandosi però alle disposizioni del governo. Le lezioni della scuola di naturopatia adesso in streaming, quelle di Mindfullness via Facebook, sospese alcune attività.

Mi ha colpito molto la serenità che mi descrive: perché pur consapevoli che l’infezione può essere inevitabile lo spirito reagisce. E ancor più mi ha colpito quando aggiunge “meditiamo tre volte al giorno”

Qui un pensiero che diventa presto un dubbio: meditare? E’ certo un distaccarsi dalle cose materiali e la mia mente istintivamente lo immagina quasi un volersi rifugiare in qualcosa che non è la realtà del dramma che si sta svolgendo, un’illusione di ricerca di aiuto al di fuori della propria vita ed esperienza quotidiana.

Però… forse è solo impressione di un materialista come adesso sono. E i suoni ritmici e le assonanze delle litanie mi ricordano all’improvviso gli antichi momenti delle meditazioni mie di ragazzo. Tra cui ricordando le preghiere sommesse e recitate in comune – Lodi Ora Media, Vespri e Compieta – magari diverse ma anch’esse momenti di distacco dal mondo delle cose, mondo che altrimenti reclamava fretta e inibiva la socialità. Una rivoluzione anch’essa nel mio spirito, di fronte al materialismo e narcisismo che già allora dilagava.

“Non si vede bene che col cuore. Le cose essenziali sono invisibili ai nostri occhi.”

Forse può diventare una scuola il cambiamento forzato di adesso dalle abitudini di ogni giorno. Pur con l’incognita drammatica, non solo del contagio ma di quanto più avanti succederà, il crollo dell’economia, la povertà che potrà incombere su chi resta, su tanti di noi.

E due strade potranno aprirsi. Una strada di violenza e sopraffazione. O una spinta al capovolgimento delle priorità che finora hanno guidato la nostra esistenza. Una bilancia tra le cose e lo spirito, quest’ultimo finora il vero nascosto dalle “esigenze” materiali della nostra epoca.

Già l’attuale imposta necessità di vita potrebbe spingere al cambiamento. Una valorizzazione dei prodotti locali, ad esempio. Una forzata – ma forse poi apprezzata – solidarietà tra persone all’improvviso scoperte vicine. Un abituarsi alle distanze piccole, al movimento slow. Una scoperta di momenti con sé stessi – e la stessa paura, anche se a volte amplificata, può diventare una chiave per ritornare ad essere umani.

E la stessa meditazione – e lo scavare in noi stessi – può dare effetti positivi anche nel proprio corpo. La “presenza del sé” che scaturisce da questo esercizio aiuta a contrastare, con la positività che deriva, anche quel malessere generale provocato dalle tante bad news spesso amplificate di questi giorni.

E chissà che questo poi non rimanga, non diventi esperienza scolpita nella mente?

Mi si perdoni l’utopia di un quasi-ottimista (a giorni alterni purtroppo, però): ma se “non si vede bene che col cuore“… chissà, forse è proprio questo che la nostra Madre Terra vuole?

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